Martin Jørgensen è ricordato come uno dei calciatori più apprezzati nella storia della Fiorentina. La sua genuinità, le sue capacità tecniche e il suo temperamento gli hanno permesso di conquistare la stima dei tifosi viola, che continuano a dimostrargli affetto in città. L’ex centrocampista danese ha ripercorso il suo periodo a Firenze in una lunga conversazione con Ultimo Uomo.
Il trasferimento a Firenze
Riguardo alla sua cessione dall’Udinese, Jørgensen ha chiarito di non essersi sentito sottovalutato. La sua volontà era di lasciare l’Udinese, e la Fiorentina, neopromossa all’epoca, necessitava di rinforzi. Gli fu spiegato che per il trasferimento era necessaria una comproprietà. Jørgensen era convinto che la seconda metà del suo cartellino sarebbe stata facilmente riscattata l’anno seguente. Tuttavia, le difficoltà della Fiorentina nel mantenersi in Serie A, il cambio di direttore sportivo e la qualificazione dell’Udinese alla Champions League complicarono la situazione. L’Udinese gli propose il ritorno per giocare in Champions, ma lui rifiutò, considerandola una sconfitta personale. Alla fine, l’Udinese non versò alcun compenso, mentre la Fiorentina pagò 500 euro per la seconda metà del suo cartellino. Per il giocatore, fu una scommessa basata sulla fiducia nelle proprie capacità, dimostrate nel primo anno a Firenze, nonostante le difficoltà collettive. La sua convinzione di poter fare molto meglio fu confermata negli anni successivi sotto la guida di Prandelli.
L’arrivo in viola
Inizialmente, Jørgensen desiderava trasferirsi in una squadra di livello superiore rispetto all’Udinese, avendo ricevuto offerte anche dal Parma nel 2000. Tuttavia, per varie ragioni, i trasferimenti non si concretizzarono. La Fiorentina rappresentava una piazza importante, sebbene consapevole delle sfide che avrebbe comportato il trasferimento, sfide che si rivelarono effettive.
Le prime difficoltà
Nel suo primo anno, alcuni tifosi potrebbero aver messo in dubbio la sua permanenza, dato che non aveva ancora espresso appieno il suo potenziale. Jørgensen ha sempre cercato di dare il massimo. Un momento chiave fu la partita contro il Cagliari, dove recuperò palla e segnò il gol decisivo per il 2-1. Questo episodio fece percepire ai tifosi che fosse un giocatore su cui puntare, apprezzando la sua determinazione, la sua corsa e le sue qualità tecniche, sia di testa che con i piedi. La sua forza mentale, la capacità di lavorare costantemente pur consapevole della presenza di giocatori tecnicamente superiori, più veloci o più dotati, fu un fattore determinante per la sua crescita.
L’atmosfera di Firenze
L’attaccamento alla società, alla squadra e alla maglia è un aspetto che distingue il calcio italiano da quello danese. Rispetto all’Udinese, la Fiorentina rappresentava un’entità di maggior rilievo in termini di seguito di tifosi e importanza per la città. La passione che anima Firenze per il calcio, la squadra e i suoi giocatori ha spinto Jørgensen a comprendere che per avere successo a Firenze era necessario immergersi in quella mentalità: lavorare sodo, correre e non arrendersi di fronte agli errori. I tifosi fiorentini desiderano vedere giocatori che dimostrino amore per la città, la società e la maglia.
Differenze tra epoche
Jørgensen sente la mancanza della vita da calciatore e di tutto ciò che la circonda. Ai suoi tempi, il legame tra i giocatori, la società e la città era più stretto. Oggi, nota una maggiore distanza tra i calciatori, i tifosi e la città, un aspetto che considera un peccato. Ha vissuto piacevolmente sia a Udine che a Firenze, così come molti suoi compagni. A Firenze, lui e i suoi compagni potevano godere di una certa tranquillità, con la libertà di uscire, previa autorizzazione di Prandelli, a patto di rientrare insieme.
Il rapporto con Prandelli
Prandelli manteneva un approccio sereno, anche grazie alla coesione del gruppo e ai continui successi domenicali, che permettevano qualche uscita occasionale. L’aspetto fondamentale, secondo Jørgensen, è che i giocatori abbiano potuto vivere la città e farsi conoscere dai tifosi anche al di fuori del contesto sportivo.
La Fiorentina di quel periodo
Nonostante non abbiano conquistato trofei, quella Fiorentina ha ottenuto numerose vittorie grazie alla forza del gruppo. La squadra era un mix di giocatori esperti, giovani talenti, campioni affermati e personalità eccentriche come Mutu, Osvaldo e Kuzmanovic, che contribuivano a creare un clima vivace. Fondamentale era il rispetto reciproco tra i giocatori: chi segnava, chi difendeva come Frey, Pasqual, Gobbi, Ujfalusi. Ognuno era consapevole dell’importanza del contributo di tutti per raggiungere la vittoria, anche di chi giocava meno. Prandelli è stato abile nel far sentire tutti importanti e nel creare un ambiente in cui anche i giocatori di maggior talento rispettassero le regole comuni e si presentassero in modo appropriato alle occasioni ufficiali.