Il detto popolare sull’erba del vicino, se poi quel prato era di propria appartenenza, si trasforma in un sentimento di nostalgia e rammarico. Questa sensazione ha pervaso i circa 20mila spettatori presenti al Franchi, dove la prestazione di Rolando Mandragora ha generato un profondo dispiacere tra i tifosi della Fiorentina. Gli unici applausi, alla fine, sono stati per lui. Una performance completa, da metronomo davanti alla difesa, intrisa di leadership e carattere: tutte qualità che sembrano mancare all’attuale formazione viola.
La partenza di Mandragora
La separazione, dopo quattro stagioni intense, si è concretizzata negli ultimi giorni della finestra di mercato. Un’uscita silenziosa per un giocatore che era diventato uno dei simboli del ciclo Commisso e detentore del record di presenze europee con la maglia viola. Per molti, Rolly rappresentava la mediocrità di un club che si era assestato sulla dimensione della Conference League, a volte snobbata da una parte del pubblico. Alla fine, si è deciso di lasciarlo partire, e lui ha scelto il Torino per «riprendere un discorso interrotto qualche anno fa», come dichiarato dal neo-vecchio numero otto granata, che aveva lasciato i piemontesi nel 2022 prima di arrivare a Firenze. Il rimpianto è emerso con forza già dopo la sua prima conclusione a inizio gara, sulla quale David De Gea si è superato. Al secondo mancino al veleno da fuori, neanche lo spagnolo ha potuto nulla: il risultato è stato l’1-1. Mandragora non ha esultato, chiedendo scusa, ma in quel preciso istante quasi tutti i presenti, forse anche nel settore dirigenziale, hanno compreso l’errore commesso.
La carenza di figure guida
L’impressione è che la Fiorentina attuale sia una squadra priva di una chiara direzione e, soprattutto, di veri condottieri. Questa figura non è presente, al momento, nemmeno in panchina. Il capitano, David De Gea, è un leader per il suo prestigioso curriculum, ma non per l’attitudine mostrata in campo, una caratteristica che non ha mai avuto nel corso della sua brillante carriera. Nella sfortunata Fiorentina della stagione 2025/26, le figure apicali nello spogliatoio erano due o tre: Robin Gosens, salutato con freddezza già a fine giugno, Rolando Mandragora, appunto, e Luca Ranieri, presente ma rimasto in panchina per tutti i 90 minuti dell’incontro. Se per il primo l’addio sembrava inevitabile a causa del rendimento in calo, il secondo, a maggior ragione dopo la partita contro il Torino, non aveva mostrato segnali di cedimento. Tuttavia, rappresentava quell’Ancien Régime che il dirigente Paratici ha voluto liquidare. Lo ha confermato anche l’allenatore Grosso: c’era la volontà di attuare una rivoluzione, e così è stato. La Fiorentina 2026/27 è forse più forte tecnicamente, ma le manca un’anima, un passato condiviso. Deve ancora diventare una vera squadra, e questo si è percepito in ogni fase della partita. Per raggiungere questo obiettivo, forse sarebbe servito un giocatore come Mandragora, passato da ex a rimpianto nel giro di soli 90 minuti