Nel mondo del calcio, è opportuno evitare la memoria corta. Fino a circa tre mesi fa, la richiesta di una vera e propria «tabula rasa» per la rosa 2025/26 era unanime e considerata sacrosanta. Si riteneva indispensabile smantellare lo zoccolo duro di un gruppo che, altrimenti, avrebbe continuato a trascinare le problematiche della stagione precedente, senza contare gli oneri legati a ingaggi significativi, come quelli di Mandragora e Gudmundsson.
La recente rete del centrocampista ha riacceso un dibattito, forse inutile, sui rimpianti legati alla sua partenza. Anche se fosse rimasto, Mandragora non sarebbe stato schierato titolare nella partita di ieri, stando alle scelte operate da Grosso nelle gare precedenti. La sua performance media, del resto, non è mai stata eccezionale, eccetto per quei rari momenti in cui estraeva il jolly con un tiro da fuori area, proprio come accaduto di recente. Questo era un parere piuttosto diffuso, così come il ricordo della sua presenza in uno degli episodi più emblematici del caos della scorsa annata, ovvero sul dischetto a Reggio Emilia. È innegabile, però, che il centrocampo viola sia attualmente in deficit numerico, e scherzare con il destino porta sempre a pagarne le conseguenze: l’ultimo infortunato è stato proprio un mediano, Oulai.
La filosofia gestionale del club
La Fiorentina dell’era Commisso è stata impostata fin dall’inizio su un modello di «paternalismo», di «famiglia», con una «gestione da osteria». Ed è proprio al concetto di «famiglia» che ha fatto riferimento il buon Rolly nel suo messaggio di saluto a Firenze. Una «famiglia» che, nella scorsa stagione, stava portando la squadra gigliata dritta in Serie B. Adottando un approccio calcistico così orientato alla famiglia, il club non è mai riuscito a compiere quel salto di qualità che invece è stato alla portata di altre realtà concorrenti, come Atalanta, Bologna e Como. Tutti questi aspetti dovrebbero essere tenuti a mente, senza lasciarsi travolgere dall’isteria del momento.