Il rifiuto di scendere in campo per allenarsi rappresenta l’atto di maggiore arroganza da parte di un calciatore. Non si tratta di una forma di protesta, ma di un profondo disprezzo per la propria professione. Kean ha dimostrato una mancanza di rispetto non solo nei confronti del suo allenatore, ma anche verso tutti i suoi compagni di squadra, la Fiorentina, che regolarmente gli corrisponde lo stipendio, e l’intera tifoseria.
Nessuna giustificazione possibile
Non esistono attenuanti per un comportamento del genere. Non è rilevante se il giocatore avesse espresso il desiderio di giocare la Champions League con il Como e ora veda in dubbio un trasferimento che sembrava ormai definito. Se l’obiettivo è decidere ogni stagione dove giocare, la soluzione è semplice: dovrebbe sottoscrivere soltanto contratti della durata di un anno.
Privilegi e tutele sproporzionate
Si può ipotizzare che l’ammenda che la Fiorentina può infliggergli sia paragonabile, in termini di impatto economico per un cittadino comune, all’acquisto di un litro di benzina. È vero, i calciatori di Serie A sono lavoratori dipendenti, ma beneficiano di privilegi e tutele che appaiono eccessive. Ci si potrebbe chiedere cosa succederebbe se un chirurgo si rifiutasse di operare, un conducente di autobus di mettersi alla guida, o un giudice di emettere una sentenza. È improbabile che se la cavassero con una semplice multa, e certamente susciterebbero l’indignazione generale.
Al contrario, ai calciatori, finché appartengono alla rosa di una squadra, si tende a perdonare ogni mancanza, talvolta etichettandola come una stravaganza. I professionisti che si limitano a percepire uno stipendio mensile hanno veramente stancato.