La fede necessaria per continuare a credere in Franco Mastantuono sembra essere molta, a giudicare dalle recenti clip circolate sui social. Queste immagini, emerse nei giorni in cui prendeva corpo l’idea di un suo addio a Madrid, mostrano errori sottoporta, tentativi di passaggi imprecisi e goffi palleggi, tanto da essere paragonati a scene da “Paperissima Sprint”. Qualcuno ha ironizzato: “Se ne va Mastantuono, l’inventore del quasi tunnel”.
Nella prima uscita estiva contro il Castilla, la squadra B del Real Madrid, Mastantuono è apparso trasformato: imbolsito, invecchiato e spento. Ci si è chiesti se fosse davvero lui o un suo sosia, lontano parente della “joya” che era arrivato a Madrid solo un anno prima tra grandi aspettative. Allora, al suo sbarco in Europa, si paventava sia la potenziale meraviglia che il possibile pacco, e si scriveva che “saranno poi il tempo, e il campo, a dirci se le aspettative erano fuori dimensione, se la promessa sarà stata mantenuta o disattesa”. Il tempo e il campo hanno poi fornito risposte eloquenti.
Tentativo di rilancio a Firenze
Ci si può ancora fidare delle parole di Di María, che lo definì “più qualitativo di me”, o di Javier Saviola, convinto della sua futura esplosione? L’idea che Mastantuono abbia bisogno di rilanciarsi a soli diciannove anni suscita un misto di sorriso e tristezza. Tuttavia, la possibilità di provarci a Firenze, sotto la guida di Fabio Grosso, in un contesto che potrebbe essere funzionale o, al contrario, affossare definitivamente le sue ambizioni, è un aspetto che suscita interesse. La sua permanenza a Madrid, dopo l’ostracismo di Mou, gli arrivi di Diomandé e Bernardo Silva e i soli 1500 minuti giocati nell’ultima Liga, sarebbe stata dannosa. L’operazione che lo porta a Firenze ricalca, negli intenti, quella di Nico Paz tre anni fa: valorizzare il giocatore in un contesto con minore competizione interna. Firenze non è chiamata solo a valorizzarlo, ma a recuperarlo.
Il talento di Mastantuono va oltre l’esterno
La posizione di Mastantuono, spesso impiegato largo a destra, non è mai stata la più adatta per esaltarne talento e caratteristiche. Ciò che lo rende speciale è il suo essere più di un semplice esterno: è un dribblatore, ma anche un playmaker. Possiede classe e sostanza, con una notevole capacità di crearsi spazi nello stretto e di liberarsi dalla marcatura grazie a un mancino educato e a una spiccata sensibilità tecnica. Queste doti suggeriscono che sarebbe un peccato non impiegarlo più centralmente, da “enganche”.
Mastantuono si configura come un “falso esterno”, simile a Nico Paz nella sua prima stagione a Como o a Berardi nel Sassuolo di Grosso. È un giocatore a cui non si dovrebbero limitare gli spazi, e in un 4-3-3 potrebbe agire da mezzala dietro un esterno che lavora sull’ampiezza, o da esterno con licenza di convergere al tiro. L’importante è che giochi in zone del campo che non ne limitino la fantasia, permettendogli di imprimere al gioco il suo ritmo peculiare, fatto di pause, scambi nello stretto e “gambetas” pragmatiche.
Pazienza e fede per il talento argentino
Allontanarsi da Valdebebas, dove secondo Daniel Brizuela (l’uomo che lo scoprì) si è commesso l’errore di “mettergli fretta”, era il primo passo necessario per cercare una rinascita. La sua maturazione a Firenze dipenderà in parte da lui, ma l’ambiente viola dovrà evitare che l’entusiasmo si trasformi in aspettativa smodata. Con il talento argentino, servirà lo stesso approccio dei vignaioli del Chianti: rispetto, amore per la vigna, esposizione solare ottimale e, soprattutto, pazienza. La fede sarà fondamentale.