Il compito di Fabio Grosso alla Fiorentina si presenta con un punto di partenza differente rispetto agli altri allenatori: una squadra reduce dal quindicesimo posto in classifica, desiderosa di riscatto e al centro di una profonda rivoluzione. Questo rinnovamento, iniziato quasi due mesi fa, è ancora in corso, con operazioni in entrata e uscita che continueranno a modificare la rosa. A complicare il quadro si è aggiunta la vicenda legata a Kean, arrivato in ritardo al Viola Park e che ha poi scelto di non allenarsi, venendo successivamente assegnato a una seduta individuale. Queste situazioni, emerse a pochi giorni dalla sconfitta per 4-0 contro la Roma e a tre giorni dalla gara contro il Frosinone, in occasione del Centenario, aggiungono complessità a un contesto già profondamente mutato.
Questi eventi ricadono inevitabilmente sul lavoro quotidiano e sulla gestione del gruppo da parte del tecnico. Il concetto di “tempo”, diventato un tema ricorrente durante la sessione estiva, non è una mera speculazione filosofica, ma una necessità concreta nel calcio. Trasformare un insieme di giocatori in una squadra coesa richiede non solo abilità, ma anche tempo. La Fiorentina, nella prima giornata di campionato, ha primeggiato in una statistica precisa: nessuna delle altre diciassette squadre reduci dalla scorsa Serie A ha schierato un numero così elevato di esordienti. Ben otto, di cui cinque titolari e tre subentrati, con la sola eccezione di Viery rimasto in panchina. Escludendo i giocatori provenienti dalla Primavera o rientrati dai prestiti, nessun club ha modificato il proprio organico quanto la Fiorentina. Il campo ha confermato questa realtà, evidenziando anche le inevitabili difficoltà. Una sfida nella sfida, considerando il mix tra i superstiti del precedente campionato, i nuovi acquisti e i giocatori che erano in rosa ma con la prospettiva di partire. Un cocktail complesso che Grosso, anch’egli nuovo sulla panchina viola, ha dovuto gestire contro una delle squadre più consolidate della Serie A. La Roma si è presentata al Franchi con nove undicesimi della formazione dello scorso anno, con l’unica novità di rilievo rappresentata dal neoacquisto Mora e dal giovane Lulli dalla Primavera; anche i cambi effettuati nella ripresa (Castro e Koulierakis) sono arrivati a risultato ormai definito. Il confronto con le altre squadre di vertice è significativo: le prime sette classificate della scorsa stagione non hanno superato i quattro esordienti schierati (il Como), seguite dai tre di Roma, Milan e Juventus, dai due di Inter e Atalanta e da nessuno del Napoli, che ha impiegato solo giocatori rientrati dai prestiti come Marin, Lang e Lucca. Tra le altre, solo il Cagliari (5) si avvicina ai numeri viola. Una situazione che richiede pazienza.
Il momento della verità
Alcune decisioni di Grosso hanno suscitato dibattito, come la titolarità di Dodô, lo spostamento di Joao Mario a sinistra, o gli ingressi di Oulai e Kean nella ripresa. Tuttavia, per poter valutare l’identità tattica e le idee di gioco concepite in estate, è necessario mettere da parte il giudizio affrettato. Gli aspetti da migliorare non mancano: i 13 tiri concessi alla Roma, l’unico cross tentato nel primo tempo e gli errori individuali e di squadra che hanno permesso agli avversari di rendersi pericolosi sia centralmente che sulle fasce, bucando la difesa viola per quattro volte. Il calcio, e la gestione del gruppo, producono sempre risultati che vanno oltre la semplice somma delle parti, specialmente quando si cerca una sintesi tra le difficoltà passate e le ambizioni future. La nuova Fiorentina è ancora in fase di definizione. Il primo verdetto del campo è stato severo, ma il giudizio su Grosso non può essere altrettanto affrettato, proprio perché gli è stato affidato un compito unico rispetto ai suoi colleghi.